PROGRAMMAZIONE AL FEMMINILE

PROGRAMMAZIONE AL FEMMINILE

Perchè parliamo di programmazione al femminile?

Per riconoscere il ruolo delle donne nel mondo della programmazione e capire perché parliamo di programmazione al femminile, basterebbe la figura di Ada Lovelace, figlia del celebre poeta Lord Byron che quando il matematico inglese Charles Babbage disegnò il computer ante litteram, capì che quella macchina avrebbe potuto non solo calcolare, ma anche essere programmata per una serie di azioni in cui ogni passo determinasse quello successivo.

Nel 1943 la University of Pennsylvania cominciò a costruire l’Eniac, il primo calcolatore americano: quando fu il momento di assumere i programmatori, scelse sei donne. Fu questo team a inventare la programmazione. Infatti alla nascita dei primi veri computer la norma per la divisione del lavoro era “uomini sull’hardware e donne sul software”. Successivamente la programmazione, che dapprima era associata alla meticolosità femminile, diventò monopolio maschile, facendo nascere anche lo stereotipo del nerd.

Nel 2012 Reshma Soujani (all’epoca candidata al congresso), visitando alcune aule d’informatica si rese conto di quanto scarsa fosse la presenza femminile nel settore in questione. Decide quindi di fare qualcosa per cambiare la situazione riunendo venti donne nella sala conferenze della compagnia hi-tech AppNexus dove insegnò loro i fondamenti del coding. Così nacque Girls Who Code, all’epoca niente più che un esperimento ma che divenne poi un movimento nazionale che oggi ingloba più di 10mila ragazze di 42 paesi.

Ad oggi però Mirta Michilli, direttore generale della Fondazione Mondo Digitale avverte: “Le sviluppatrici sono momentaneamente appena nove su cento, mentre il livello di donne manager nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è pari al 19%”. Troppo poche. È il momento di essere impavide, come Saujani.

CREDITS:

La Repubblica

Corriere Della Sera

 

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